Il rapporto con i professionisti

Quasi trent’anni passati a conoscere chi lavora sul campo

Dal 1997 a oggi ho avuto la possibilità di conoscere personalmente una quantità enorme di professionisti che operano nell’implantologia, nella chirurgia e nella riabilitazione.

Non li conosco soltanto per nome.

Con molti ho parlato direttamente, ho conosciuto i loro percorsi, la loro formazione, i corsi che hanno seguito, le esperienze che hanno maturato e, soprattutto, il loro modo di lavorare.

Nel tempo ho imparato a capire quali sono le competenze reali di un professionista, quali sono i suoi punti di forza, quali casi affronta con maggiore esperienza e dove invece è necessario coinvolgere competenze differenti.

Questa conoscenza è diventata una parte fondamentale del mio lavoro.


Non scelgo un professionista dal curriculum

Un curriculum può raccontare molto.

Ma non racconta tutto.

Per me è importante sapere come ragiona un professionista, come affronta l’anatomia, quali esperienze ha realmente maturato e come si comporta davanti a un caso complesso.

Per questo, negli anni, ho conosciuto direttamente moltissimi professionisti.

Li ho ascoltati.

Ho visto come lavorano.

Ho conosciuto i loro percorsi.

Ho imparato a distinguere le competenze.

E questa esperienza mi permette oggi di fare una cosa molto precisa:

valutare a chi affidare una determinata situazione.


Conosco il mondo dei professionisti

Nel corso di quasi trent’anni ho avuto rapporti con professionisti che oggi sono considerati tra i riferimenti più importanti nei loro rispettivi ambiti.

Tra le persone che conosco e che ho avuto modo di valutare direttamente, ho costruito nel tempo una squadra nella quale ripongo la mia fiducia professionale.

Non perché servisse semplicemente una lista di medici.

Non perché bastasse mettere insieme dei nomi.

Ma perché un paziente complesso può richiedere competenze diverse, e quelle competenze devono essere conosciute prima di poter essere organizzate.

Io devo sapere chi ho davanti.

Devo sapere cosa sa fare.

Devo sapere come lavora.

Devo sapere quale esperienza possiede.

E devo sapere quando è la persona giusta per quel determinato paziente.


Una squadra non si costruisce mettendo insieme dei nomi

La mia squadra è il risultato di una conoscenza costruita negli anni.

Questo è importante perché il paziente, normalmente, non ha gli strumenti per fare questa valutazione.

Non può sapere quali corsi abbia frequentato un medico.

Non può conoscere la reale esperienza maturata in una determinata tecnica.

Non può sapere quali casi abbia affrontato.

E difficilmente può comprendere, da solo, quali competenze siano necessarie per una situazione complessa.

Questa valutazione fa parte del mio lavoro.


Il medico deve essere messo nelle condizioni di fare bene il proprio lavoro

Il mio rapporto con i professionisti non è quello di chi si limita a inviare un paziente.

Io arrivo dal paziente.

Conosco il caso.

Conosco la storia.

Conosco le esigenze.

E quando un professionista entra nel percorso, deve sapere esattamente quale responsabilità sta assumendo.

Per questo considero fondamentale il rapporto diretto tra me, il paziente e il professionista.

Le informazioni devono circolare.

Le competenze devono confrontarsi.

Il caso deve essere compreso.

E le decisioni devono nascere dalla conoscenza, non dall’improvvisazione.


La diagnosi collegiale nasce anche da questo

È proprio questa esperienza che mi ha portato a sviluppare il concetto di diagnosi collegiale.

Quando un caso lo richiede, non voglio che una singola persona debba necessariamente avere tutte le risposte.

Voglio che le competenze necessarie possano incontrarsi.

Anatomia.

Chirurgia.

Implantologia.

Protesi.

Biomeccanica.

Riabilitazione.

Ognuno porta la propria esperienza.

E il caso viene osservato da più punti di vista.

Non significa avere più medici per fare una visita.

Significa avere le competenze giuste intorno allo stesso paziente.


Conosco anche i limiti

Una delle cose che l’esperienza insegna è che nessun professionista può essere il migliore in tutto.

Anche questo fa parte della conoscenza.

Conoscere un professionista significa sapere non soltanto dove è particolarmente forte, ma anche quando è necessario affiancarlo ad altre competenze.

È proprio questa consapevolezza che permette di costruire una squadra realmente funzionale.

Non cerco il professionista che sappia fare tutto.

Cerco il professionista giusto per quella situazione.


Il paziente viene prima del professionista

Il rapporto con i professionisti nasce quindi da un principio molto semplice:

il paziente viene prima.

Il medico deve essere quello giusto per il caso.

La tecnica deve essere quella coerente con il progetto.

La squadra deve essere quella necessaria.

E tutto deve essere organizzato intorno alla persona che ha chiesto aiuto.

Perché quando un paziente si affida a me, non mi sta chiedendo semplicemente un nome.

Mi sta chiedendo di aiutarlo a orientarsi in un mondo che lui non è tenuto a conoscere.

Ed è proprio per questo che considero la mia conoscenza dei professionisti una delle responsabilità più importanti che ho costruito in questi anni.


Dopo quasi trent’anni, so a chi affidare una determinata situazione

Questa è forse la sintesi più semplice del mio rapporto con i professionisti.

Li conosco.

Li ho ascoltati.

Ho conosciuto i loro percorsi.

So come lavorano.

Conosco le loro competenze.

E quando arriva un paziente, posso ragionare non soltanto sulla domanda:

“Quale tecnica serve?”

ma anche sulla domanda:

“Quali competenze servono per questo paziente e chi, nella mia squadra, è realmente adatto a metterle in campo?”

È una differenza importante.

Perché una squadra non è un elenco di professionisti.

Una squadra è conoscenza organizzata intorno al paziente.


Nicola Lettera

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