Consulenza implantare

Prima di parlare di impianti, bisogna capire il paziente

La consulenza implantare, per me, non consiste nel decidere quanti impianti inserire o quale intervento debba essere eseguito.

La diagnosi clinica spetta ai professionisti sanitari.

Il mio ruolo è diverso.

Dopo quasi trent’anni di esperienza nel mondo dell’implantologia, ho sviluppato una conoscenza che mi permette di comprendere il caso, leggere e valutare la documentazione, confrontarmi con i professionisti che effettuano la diagnosi e discutere con loro il progetto riabilitativo.

Non faccio la diagnosi.

La ascolto, la studio, la discuto e la supervisiono.

E lo faccio perché conosco profondamente il mondo implantare e sono in grado di comprendere il ragionamento che sta alla base delle decisioni cliniche.


Il paziente viene valutato dai professionisti

Quando un paziente si rivolge a me, raccolgo la sua storia e la documentazione disponibile.

La parte clinica viene poi valutata dai professionisti sanitari competenti.

Sono loro a eseguire la diagnosi.

Sono loro a valutare clinicamente il paziente.

Sono loro a stabilire, secondo le proprie competenze professionali, quali siano le condizioni anatomiche e cliniche e quali possibilità terapeutiche siano appropriate.

Io ricevo queste valutazioni, le approfondisco con loro e ne discutiamo insieme.

Perché sono del settore.

Conosco l’implantologia.

Conosco le tecniche.

Conosco l’anatomia implantare.

Conosco la biomeccanica.

E quindi posso comprendere il ragionamento clinico e confrontarmi con chi lo ha elaborato.


Non faccio il medico. Supervisiono il percorso.

Questa distinzione per me è fondamentale.

Non mi sostituisco al chirurgo.

Non mi sostituisco al medico.

Non prescrivo.

Non eseguo diagnosi cliniche.

Il mio compito è quello di supervisionare il percorso dal punto di vista organizzativo e implantologico, confrontandomi direttamente con i professionisti che hanno in carico il paziente.

La diagnosi viene fatta da loro.

Poi me la raccontano.

La discutiamo.

Io faccio domande.

Chiedo chiarimenti.

Metto in relazione gli elementi del progetto.

E verifico che, dal punto di vista del percorso che sto supervisionando, tutto sia coerente.

Se qualcosa non mi convince, ne parlo con loro.

Non decido al posto loro.

Mi confronto con loro.


Perché posso comprendere una diagnosi così complessa?

Perché quasi trent’anni trascorsi nel mondo dell’implantologia mi hanno portato ad approfondire continuamente ciò che sta intorno alla riabilitazione implantare.

Ho visto migliaia di casi.

Ho seguito situazioni semplici e situazioni estremamente complesse.

Ho conosciuto direttamente professionisti con formazioni ed esperienze differenti.

Ho studiato le diverse tecniche.

Ho imparato a conoscere le differenze tra il mondo alveolare e quello basale.

Ho seguito casi con impianti convenzionali, impianti pterigoidei, implantologia zigomatica, innesti, rialzi del seno, All-on-4, All-on-6, riabilitazioni complete e protocolli basali.

Questa esperienza non mi trasforma in medico.

Mi permette però di comprendere il linguaggio tecnico e il ragionamento implantologico dei professionisti con cui lavoro.


Il confronto con i maxillo-facciali

Una parte importante del mio lavoro nasce proprio dal rapporto diretto con i professionisti che si occupano della diagnosi.

Il medico analizza il paziente.

Studia l’anatomia.

Valuta gli aspetti clinici.

Formula la propria diagnosi.

Poi ci confrontiamo.

Io ascolto.

Faccio domande.

Ragioniamo sul caso.

Discutiamo le possibilità.

E quando il progetto è sufficientemente chiaro, supervisiono che il percorso organizzato intorno al paziente sia coerente con quanto è stato stabilito clinicamente.

È un rapporto nel quale ognuno deve fare il proprio mestiere.

Il medico fa il medico.

Io faccio ciò che so fare.

E il paziente rimane al centro.


La diagnosi collegiale

È proprio da questo confronto che nasce il concetto di diagnosi collegiale.

Non significa che io faccia una diagnosi insieme ai medici.

Significa che la diagnosi clinica viene elaborata dai professionisti competenti e successivamente discussa collegialmente, mettendo a confronto conoscenze ed esperienze differenti.

È una differenza importante.

Perché il valore non sta nel sostituire una competenza con un’altra.

Sta nel farle dialogare.

Il medico porta la propria competenza clinica.

Il chirurgo porta la propria esperienza operatoria.

Gli altri professionisti portano le proprie competenze.

Io porto la mia esperienza implantologica, la conoscenza dei casi e la capacità di organizzare il percorso.

E tutto viene ricondotto al paziente.


Non parto dalla tecnica

Anche per questo non considero corretto partire da una tecnica già scelta.

Prima bisogna conoscere il caso.

Poi bisogna avere la diagnosi clinica.

Poi bisogna discuterla.

Poi bisogna valutare il progetto.

E soltanto a quel punto si può parlare della soluzione implantare più coerente con quanto è stato stabilito dai professionisti.

Non:

“Abbiamo deciso di fare All-on-4, vediamo come farlo.”

Ma:

“Abbiamo studiato il paziente. Abbiamo formulato la diagnosi. Abbiamo discusso il caso. Ora vediamo quale progetto è coerente con quella situazione.”

Questa è la differenza.


Anche la mia supervisione ha un limite preciso

Se una diagnosi non mi convince, non la modifico io.

La discuto.

Chiedo spiegazioni.

Chiedo di approfondire.

Mi confronto con chi l’ha formulata.

Perché il mio compito non è prendere il posto del medico.

Il mio compito è essere abbastanza competente nel settore da poter supervisionare seriamente ciò che viene costruito intorno al paziente.

E se dopo il confronto il quadro mi convince, il percorso può procedere.

Se invece qualcosa rimane da chiarire, si approfondisce prima di andare avanti.


La consulenza è quindi un lavoro di squadra

Il paziente non deve essere lasciato solo davanti a una scelta tecnica che spesso non può comprendere.

Ma nemmeno deve pensare che io sia il medico che eseguirà la diagnosi.

Il mio ruolo è diverso.

Io porto esperienza, conoscenza, organizzazione e supervisione.

I professionisti sanitari portano la diagnosi e le decisioni cliniche di loro competenza.

Insieme discutiamo il percorso.

Ed è proprio questa distinzione di ruoli che considero una delle basi della tutela del paziente.


Il principio è semplice

Io non devo fare il medico.

Devo conoscere abbastanza bene il mio mondo da poter parlare con i medici, comprenderli, fare le domande giuste e supervisionare il percorso che stiamo costruendo.

Dopo quasi trent’anni questa è una delle responsabilità che ho scelto di assumermi.

Non decidere al posto dei professionisti.

Non sostituirmi a loro.

Ma essere presente, conoscere il caso, comprendere le loro valutazioni e assicurarmi che il percorso organizzato intorno al paziente sia quello che, dopo il confronto, ritengo coerente e convincente.

Il paziente viene prima.

Sempre.


Nicola Lettera

Consulenza e Tutela del Tuo Percorso Implantare

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